Avvistamenti dada (1)

27 settembre 2010

Bello come l’incontro casuale di un airone e di una torre della televisione sulla tangenziale ovest di Milano

(26 settembre, nei pressi di Rozzano)


Delle fondazioni teoriche dell’adulazione

22 settembre 2010

Marina Berlusconi: “Selvaggia bellezza a cavallo di una tecnologica moto d’acqua tra le acque cristalline di Bermuda ricorda Galatea, la più bella fra le Nereidi, dalla pelle bianco latte”

Piersilvio Berlusconi: “Il suo fisico da atleta ricorda Achille, il famoso eroe greco, un semidio invidiato dagli umani e temuto dagli dei. A capo del popolo dei mirmidoni, si distinse per imprese epiche, che culminarono con il trionfo sul rivale Ettore a Troia”

Apprendo da un post di Christian Raimo che tale Aristide Malnati (pare archeologo, insomma persona ben esperta di classiche antichità!) così descrive in un numero agostano di “Chi” gli eredi del nostro presidente del consiglio. Purtroppo mi trovavo in quel periodo all’estero (in uno di quei paesi dove un ministro di centrodestra si dimette perchè non paga il canone televisivo e non regolarizza la tata) e mi ero perso queste due delizie.

Ora capisco meglio perché ieri sul giornale di famiglia si sentiva il bisogno di pubblicare questo pezzo.

Insomma le affermazioni del Malnati necessitavano di una base teorica che le giustificasse. Certamente se l’adulazione iperbolica tornerà ad essere un genere letterario in auge, Malnati è favorito a un premio letterario. Personalmente del mondo classico preferisco ricordare l’ Apokolokyntosis. Ma non mi pare siano i tempi giusti per rivalutare il genere.

(nella foto ho messo Seneca. Galatea mi fa impressione)


da qualche parte (somuère) sofia si suicida

21 settembre 2010

AVVERTENZA. Somewhere di Sofia Coppola non è un giallo, però sicuramente questo post è pieno di SPOILER. Se siete di quelli che non vogliono sapere niente di un film prima di averlo visto, NON LEGGETE.

Il film della Coppola è tutto racchiuso nella primissima sequenza. Un uomo corre su un circuito con la sua Ferrari nera. Lo vediamo entrare e uscire dall’inquadratura (un campo lungo, con l’auto che alternativamente passa in primo piano e lontano sul rettilineo opposto, col rumore del motore che sale e scende). Il tutto va avanti per un po’. Dopo qualche giro la macchina si ferma e l’uomo scende e si guarda intorno. Il film inizia.

La storia è tutta nel lento spostarsi del protagonista da un movimento circolare, ripetitivo e claustrofobico ad un movimento rettilineo. Infatti così il film si conclude. Johnny Marco parte con la sua Ferrari, viaggia –  questa volta in autostrade –  poi accosta e scende dalla macchina (come alla fine della prima sequenza, appunto) ma questa volta si avvia verso di noi quasi sorridente.

Il tutto è raccontato quasi esclusivamente attraverso la sospensione. La narrazione si interrompe e seguiamo Johnny Marco che osserva o vive momenti in realtà banali, ripresi quasi in tempo reale. Marco che guarda l’esibizione di due lap dancer nella sua stanza d’albergo (due volte), Marco che guarda la figlioletta pattinare,  che ascolta un ospite dell’albergo cantare, che si fa gli spaghetti, e così via.

Non c’è niente di sbagliato in questo film. E’ tutto molto ben fatto, ben girato, ritmi lenti ma accuratamente dosati, inquadrature molto studiate (con qualche scivolone da spot pubblicitario ma visto che stiamo si racconta una storia di ricchezza estrema, ci sta anche ), lentissimi, impeccabili e significativi carrelli.

L’unico vero problema, che alla fine me lo rende un po’ insopportabile, è che tanta perizia sia messa al servizio di una vicenda che NON DICE PROPRIO NULLA DI NUOVO E INTERESSANTE, ma è anzi quanto di più scontato si possa immaginare.  DF Wallace diceva da qualche parte che bisogna avere qualcosa di interessante da dire e che questo conta comunque più di quanto si sia bravi a raccontarlo. (Che poi è il motivo per cui DFW non è un vero autore postmoderno ma un classico). Qui abbiamo l’attore ricco e famoso che va in crisi oppresso dall’eccesso di vanità mondana e ricchezza e riscopre il rapporto con la figlia. C’è molto più approfondimento e ciccia su questi temi in un qualsiasi episodio della prima serie di  Dirt. Capisco che per Sofia Coppola figlia FF Coppola una storia del genere abbia un rilevanza personale, e questo si vede nella cura messa nel confezionarlo, nell’inserimento di episodi dichiaratamente autobiografici (l’imbarazzante, per me come italiano, visita in Italia con tanto di telegatti, Valeria Marini ammiccante e Laura Chiatti stronza) ma alla fine tutto ciò mi sa di già visto e  non riesce a farmi uscire che un bel CHISSENEFREGA!  Speriamo che Sofia si decida a rimettere la sua indiscutibile capacità registica a disposizione di storie più succose. Non a caso il suo film più convincente (IMHO) è quello d’esordio, The Virgin Suicides, tratto da un sostanzioso romanzo di Eugeneides. Se va avanti così altrimenti seguirà il destino delle sue vergini. Premi o non premi.


eccoci qui in un posto nuovo

17 settembre 2010

Pochi giorni e già si cambia piattaforma, su consiglio di qualcuno più esperto in bloggherie.


sempre sui rapporti fra realtà e spettacolo

15 settembre 2010

Il fatto: una motovedetta di fabbricazione italiana e in forze alla marina libica con a bordo anche finanzieri italiani (impegnati a formare i militari libici) spara su un peschereccio Italiano in acque che in base ai trattati internazionali sono internazionali e che la Libia ha dichiarato unilateralmente sue. Nessuno si fa male ma pare che ci sia mancato poco (questo rischio non è stato smentito da nessuno, è accertato che gli spari non erano in aria).

AVVERTENZA. Il tema qui non è il fatto in se’ ne’ lo sono le dichiarazioni di alcuni ministri, che giudico avventate o semplicemente disgustose. Il tema è riflettere su come la realtà viene rappresentata. Insomma, è quello che chiamerei un meta-post.

Appassionato come sono del cinema dell’orrore mi lancia nella lettura dei titoli on line dei quotidiani e in particolare del Giornale che mi da sempre grandi soddisfazioni.
L’evento viene trattato oggi come terzo titolo centrale e vabbé ogni testata ha le sue priorità. Il titolo è
“Libia, Frattini: sapevano di pescare illegalmente
Il titolo è interessante e si presta molto bene a formare l’idea di uno scenario alla “se la sono cercata” che poi è coerente con la linea del giornale, adottata automaticamente nei casi in cui ad un italiano all’estero non in divisa succede o sta per succedere qualcosa di brutto (sequestro operatori umanitari, morte inviati di guerra turisti estremi spataccati etc.)

Comunque mi tuffo alla ricerca del pensiero del nostro Ministro degli Esteri, considerando una delle due seguenti possibilità:
a) è emerso da ulteriori accertamenti che il peschereccio si trovava in acque riconosciute dai trattati come territoriali libiche
b) l’Italia ha alla fine risolto l’annosa disputa sulla territorialità del Golfo della Sirte accettando le rivendicazioni Libiche in deroga ai trattati. La cosa sarebbe possibile e magari sta in quell’accordo segreto che l’Italia ha stipulato con il paese nordaficano (anche se in questo caso avrebbero si pescato illegalmente ma non potevano saperlo essendo gli accordi segreti appunto, pe rloro natura, SEGRETI).

In ogni caso, niente di tutto questo. La dichiarazione di Frattini che trovo nel testo, in buona parte virgolettata, è la seguente

“Abbiamo avuto doverose scuse ufficiali dalla Libia – spiega Frattini – Moussa Koussa (il ministro degli Esteri libico) mi ha cercato per confermarmele in modo diretto e personale”. Il titolare della Farnesina spiega che la Libia ci informerà sui risultati della sua inchiesta ma ha sottolineato che quello che è avvenuto rientra in un problema che va avanti da molti anni. Lo spazio marittimo in cui è avvenuto l’incidente è considerato dalla Libia come proprio mare territoriale “nel quale pacificamente i pescherecci italiani vanno a pescare in molti casi non succede niente, in altri ci sono incidenti come sequestri di pescherecci, a volte arresti di marittimi italiani che poi sono stati sempre rilasciati rapidamente”. Frattini spiega che il governo italiano “ha cominciato a lavorare per definire un accordo di pesca italo-libico: si tratta di una questione vitale”.

Tradotto: i Libici pensano che quel mare è roba loro, ogni tanto quando gli gira si incazzano e sequestrano qualche pescatore, sarebbe bene metterci d’accordo ma per ora non ci siamo riusciti.

Insomma si evince che il titolo non trova alcun riscontro nel testo del pezzo. Prassi molto comune, che possiamo liquidare come semplice sciatteria tutto sommato comune. Ma attenzione: non sciatteria nel riportare notizie, ma nell’inventare la realtà. Come ogni buono scrittore di fantastico sa, un mondo inventato deve avere una sua coerenza interna altrimenti il lettore non ci crede. Vero che con i lettori di giornali molto spesso si limitano a leggere il titolo mentre i lettori di libri vanno di solito un po’ oltre, ma in ogni caso questa volta i creativi del Giornale hanno perso un pezzo per strada. Hanno come dire gettato il cuore oltre troppi ostacoli. Oppure semplicemente hanno contato sul fatto che nessuno legge i loro articoli. In entrambi i casi. siamo di fronte ad un altro caso in cui la realtà è del tutto ignorata a favore della sua invenzione.

NB: Attenzione. Non sto dicendo che Frattini non ha mai dichiarato ANCHE che il peschereccio pescava illegalmente. Leggendo altri giornali evinco che probabilmente lo ha fatto, però è stato prontamente smentito e verosimilmente la dichiarazione riportata nell’articolo è quella fatta in seconda battuta. Spesso l’invenzione di una realtà alternativa si da con la selezione e giustapposizione di elementi reali. Lo diceva già Cartesio nelle meditazioni metafisiche se ben ricordo. Ma il fatto che l’ippogrifo abbia il corpo di un cavallo (che esiste) e le ali di un’aquila (che esiste) non lo rende più reale, no? O forse sì…


Virginia (seconda ed ultima parte)

13 settembre 2010

Altre settimane trascorsero. Con Paolo non si vedevano più. Aprile. Ora la neve era grigio scuro. Lei continuava a vederla, era sempre più dura. Costringeva a scivolare sopra le cose senza poterle afferrare. Nessuno ne parlava mai. Il nuovo arrivato sulla sua fronte, prima presenza curiosa, era ora un dolore persistente e interno.
Di quello non parlava. Provava invece a parlare della neve. Con tutti. E inutilmente. Lo urlò in faccia al fornaio, mentre le dava il resto. La reazione fu identica a quella che aveva avuto da Paolo. La parola neve suscitava nell’interlocutore un’immediata assenza. Così alla fine si ridusse ad affrontare il suo ospite. Ripromettendosi in ogni caso di non seguirne i consigli, andò dal medico.
La sala di attesa era tappezzata di foto pubblicitarie di località sciistiche alla moda venti anni prima. Emerse il sogno della sua infanzia: diventare esploratrice polare. A ogni nevicata era in strada a caccia di mucchi di neve, nell’illusione di trovarne uno abbastanza grande da scavarci dentro un rifugio, e scomparire in quel calore che secondo gli Inuit la neve regala a chi ha il coraggio di viverci dentro.
La prima cosa che notò quando entrò fu la benda che il medico portava sulla fronte. Fingendo un inesistente premuroso interesse, chiese. “Mi sono rimosso una cisti frontale, cosa che dovrebbe fare anche lei direi. Avevo un costante mal di testa e pensieri ossessivi. Ora sto molto meglio”. Capì al volo. Aveva trovato qualcuno con cui parlare della neve, ma era arrivata troppo tardi. Un amaro successo… Fuggì via.
Era chiaro che doveva farcela da sola, la sua fronte l’unico alleato. Ma fare cosa? Fino dal primo incontro con il muro, parlando con Paolo, aveva cercato di capire. Ora aveva un elemento in più. Ma il senso continuava a sfuggirle. Camminava su quella neve ormai nera e le sembrava di scalare le pareti di un imbuto tropo liscio per essere risalito. E precipitava, portando con sé solo un’inutile consapevolezza.
L’unica cosa che voleva era una spiegazione, riuscire a costruire un quadro coerente in cui quella serie di eventi senza senso trovasse una sua logica. Sentì il battito cardiaco accelerare. Cominciò a sudare. La testa girava. Sempre più confusa, ebbe l’impressione che gli alberi si girassero verso di lei guardandola con aria curiosa e inquisitoria. Svenne, cadendo sulla neve ormai dura come acciaio.
Si risvegliò, dopo, con la sensazione di essere custodita in un caldo bozzolo bianco, il sogno della sua infanzia. Era completamente coperta dalla neve. Le venne voglia di restare lì per sempre, accompagnata dal dolore alla testa che andava e veniva con ondate sempre più dolci. Restò così per un po’, con i pensieri che si spegnavano… Infine, trovando coraggio ed energie chissà dove, cominciò a spingere per uscire.
Si diresse verso il centro. Pochi passanti, e sembravano non vederla. L’angoscia della solitudine si fece opprimente. Persa in un mondo sconosciuto fra persone indifferenti. Aveva sempre pensato che questa fosse la naturale condizione umana. Ora se la trovava incarnata in quel nuovo mondo, e non riusciva a sopportarla. Voleva qualcuno. Forse per la prima volta da quando aveva memoria ne aveva davvero bisogno.
Poi lo vide, dalla parte opposta della via. Uno sguardo febbrile, una fronte mostruosamente deforme. Camminava deciso brandendo un bastone ricavato dallo schienale di una delle panchine del parco. Ogni tanto spaccava una vetrina, colpiva alle ginocchia un ignoto passante. Senza per questo suscitare alcuna reazione. La vide la fissò a lungo con aria prima sorpresa poi decisa.  Disse: “Vieni con me”. Lo lei seguì.
Così cominciarono a camminare uno a fianco all’altra. Lasciarono il centro e la periferia, e per un sentiero che costeggiava il piccolo fiume di quella città si inoltrarono nei campi. Al posto di case, alberi. Al posto dell’asfalto, un tappeto crepitante di erba ruvida. Persone ed animali erano immobili, coperti da quella patina grigiastra e fredda che debole luccicava nella luce del tramonto. Attraversarono vigne la cui uva aveva appena iniziato a formarsi. I piccoli globuli si affacciavano fra i pampini come perle sporche. Non c’era più traccia di uomini, neppure sulle colline. Facendo brevi soste per riposare continuarono a salire. Avevano sempre meno bisogno di dormire, e camminare nella notte rischiarata dal riflesso della luna era giusto e tranquillizzante. Arrivarono ai monti dalle nevi perenni. Le loro fronti avevano continuato a cambiare, un vero e proprio corno si ergeva ora al centro. Camminavano a quattro zampe,  liberi dei vestiti e coperti da un nuovo mantello di caldo pelo bianco. Giunti infine ai piedi del ghiacciaio si fermarono ed aspettarono in silenzio che la neve si sciogliesse. La pancia di lei stava cominciando a crescere. Sapevano che il loro tempo sarebbe presto arrivato.

tell me lies tell me sweet little lies

10 settembre 2010

Un mio amico segnala su Facebook questo video. A un certo punto vediamo Massimo D’Alema che rispondendo ad una domanda sull’età dei politici italiani se la cava con una battuta in cui dice che ha ben SEI ANNI meno di Gordon Brown. Una scritta in sovrimpressione ci ricorda che D’Alema è nato nel 1949, Gordon Brown nel 1951. Siccome ultimamente ho letto questo, riducendo drasticamente la mia fiducia nelle informazioni che trovo in rete, verifico. E guardando su vari siti compreso quello ufficiale di D’Alema, e diversi giornali britannici, trovo riscontri unanimi sul dato. Massimo ha proprio 2 anni più di Gordon. Al di la della banale considerazione sulle menzogne dei politici (che considero giustamente un ferro del loro mestiere, come un cacciavite per un elettricista) quello che mi colpisce è lo stile (qualcuno direbbe berlusconiano ma purtroppo non è solo così)  con cui D’Alema si trae d’impaccio per non rispondere ad una domanda fastidiosa. E si che c’erano molti modi per uscirne meglio. Ma la battuta umoristica pare la più efficace. E che importa se pur di farla si sacrifica la verità ovvero si prende un rischio (non sono così sicuro che D’Alema sapesse l’età di Brown, magari ci ha solo provato, poteva andargli bene). Insomma questo piccolo video mi pare significativo appunto per il suo mettere in scena un pezzo della società dello spettacolo nel suo dispiegarsi. Lo spettacolo, l’effetto, la percezione ottenuta a costo del disprezzo della realtà,. Che poi sia una realtà facilmente verificabile, una menzogna che si smaschera in un minuto, aggiunge solo quel tocco di arroganza e disprezzo per l’interlocutore, che fanno andare oltre l’analisi di un fenomeno e mi fanno davvero incazzare.

(grazie a O C)


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: