station to station

Quello che non sopporto più, oggi, è che tutto diventa uguale, e come se non bastasse pure brutto!

La scorsa settimana, dopo parecchio tempo che non mi capitava,  son arrivato a Milano in treno. Ho sempre amato quella stazione, una delle poche cose davvero belle che ci sono in una città che non sono mai riuscito ad amare (l’altra è Sant’Ambrogio, e siamo più o meno arrivati alla fine della lista).  Quelle tre gallerie di vetro e acciaio che si protendono a divorare i treni, quegli atri enormi di pietra chiara in cui volteggiano i piccioni, quelle scalinate da giganti mi hanno sempre riportato alle scenografie di Metropolis, all’era delle esposizioni universali, ai disegni di Sant’Elia… Un vero capolavoro di architettura futurista!

Ciò detto si capirà la mia drammatica delusione quando, sbarcando pieno di aspettative dal mio treno, dopo aver pregustando durante la breve passeggiata lungo il binario le delizie sensoriali di cui sopra, impattavo drammaticamente in un centro commerciale. Al posto di Metropolis c’era Centovetrine. Le esposizioni avevano lasciato il posto agli espositori, agli stessi negozi in franchising che avrei rivisto il giorno dopo a Linate e all’aeroporto di Bruxelles e che avevo visto il mese scorso in quello di Barcellona e che posso incontrare se tanto tanto mi distraggo e finisco al cinema al multisala/centro commerciale/stadio che infetta la città dove vivo. Sant’Elia ormai morto e sepolto nella sua trincea è stato sostituito da un manipolo spietato di grafici pubblicitari ossessionati da donne anoressiche e ammiccanti…

era questo che aveva in mente?

Impossibile in tale luccichio ritrovare le linee pure dei pilastri, l’atmosfera dark-industriale della vecchia stazione, il mix futurismo e  decadenza, di ricchezza e povertà che raffigurava la città fin dalla sua porta/stazione…

Ed anche impossibile sedersi se è per quello, visto che la sala d’aspetto (quella vecchia sala d’aspetto con enormi tavoloni di legno scurito dagli anni, in cui aleggiava la puzza della povertà e dell’attesa) era ovviamente diventata l’ennesimo shop!

Tutto questo è stato sacrificato all’esigenza di creare spazi commerciali.Del resto come la stazione futurista veicolava una certa idea di Milano che si apriva ad accogliere le genti per proiettarle in una ville che boccionianamente monte, anche la stazione centro commerciale svolge la sua funzione. Una Milano da vendere.

A questo punto ho molta paura di tornare a visitare Sant’Ambrogio…

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5 Responses to station to station

  1. alessandro ha detto:

    e sarei veramente curioso di sapere quanto funzionano, quei negozi nelle stazioni. probabilmente tanto. anche se non riesco a capire come.
    comunque sì, condivido la tua sensazione di tristezza. ho scritto anch’io qualcosa di simile non molto tempo fa. io fonderei un movimento per la liberazione delle stazioni. un po’come il fronte dei nanetti da giardino, però più situazionista. tipo entrare nei negozi delle stazioni e usarli come sale d’aspetto. o chiedere alla commessa di farti il biglietto per monza 🙂

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