Domenica sera alla Barona

29 giugno 2011

1) Ristorante cinese reloaded in sino-giapponese come usa adesso. Ore 20.30. Il cuoco/affettatore per il sushi guarda appassionatamente telefilm a raffica sul plasmaschermo appeso sopra i tavoli. Clienti zero, qualche coppia da take away ed il sottoscritto accomodato per l’occasione in tavolo da sei. Ho più bacchette a disposizione io stasera del fu John Bonham. Ma SOPRATTUTTO: due pensionati con tatuaggi da galera, evidentemente abiutés del locale visti gli amichevoli rapporti con lo staff, si scolano una caraffetta 0.5 l di bianco di incerta provenienza – non c’è traccia nel mio menù di vini della casa – senza il supporto di cibo alcuno. E parlano dei vecchi e nuovi tempi. chi è dentro chi è fuori chi è morto e chi non ancora. Dopo un po’ si alzano e salutano. Ritrovare una canzone del primo Jannacci misto De André in un ristorante cinese fra la Barona e Blade Runner. Mica male. Meglio dei miei ravioli al vapore aromatizzati al detersivo. A parte quello tutto ok e non spendo quasi niente. Se volete andarci scrivetemi e vi dico dove è. Non per il cibo, ma per dirmi se i due retired kriminals sono ancora lì.

2) Mentre il raviolo al detersivo cerca faticosamente l’uscita del mio apparato digerente passeggio nel quartiere. Davanti alle palazzine del Villaggio Barona un’altro pensionato (non pregiudicato direi)  porta a spasso il cane. L’animale evacua e l’anziano lo apostrofa vivacemente; additando il villaggio declama le seguenti parole:

“Eccola lì la zingaropoli della barona/era tutto verde ed ora/una colata di cemento/piena di zingari/tutta colpa di quel finocchio di Albertini/gliela ha data lui la barona/tanto questi sono amici di tutti/la nostra zingaropoli (imprecazioni e bestemmie in sfumare)”

Il cane ignora e continua a mingere. Io proseguo, costeggiando il parco in cui in silenzio crescono alberi recentemente piantati.

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station to station

8 febbraio 2011

Quello che non sopporto più, oggi, è che tutto diventa uguale, e come se non bastasse pure brutto!

La scorsa settimana, dopo parecchio tempo che non mi capitava,  son arrivato a Milano in treno. Ho sempre amato quella stazione, una delle poche cose davvero belle che ci sono in una città che non sono mai riuscito ad amare (l’altra è Sant’Ambrogio, e siamo più o meno arrivati alla fine della lista).  Quelle tre gallerie di vetro e acciaio che si protendono a divorare i treni, quegli atri enormi di pietra chiara in cui volteggiano i piccioni, quelle scalinate da giganti mi hanno sempre riportato alle scenografie di Metropolis, all’era delle esposizioni universali, ai disegni di Sant’Elia… Un vero capolavoro di architettura futurista!

Ciò detto si capirà la mia drammatica delusione quando, sbarcando pieno di aspettative dal mio treno, dopo aver pregustando durante la breve passeggiata lungo il binario le delizie sensoriali di cui sopra, impattavo drammaticamente in un centro commerciale. Al posto di Metropolis c’era Centovetrine. Le esposizioni avevano lasciato il posto agli espositori, agli stessi negozi in franchising che avrei rivisto il giorno dopo a Linate e all’aeroporto di Bruxelles e che avevo visto il mese scorso in quello di Barcellona e che posso incontrare se tanto tanto mi distraggo e finisco al cinema al multisala/centro commerciale/stadio che infetta la città dove vivo. Sant’Elia ormai morto e sepolto nella sua trincea è stato sostituito da un manipolo spietato di grafici pubblicitari ossessionati da donne anoressiche e ammiccanti…

era questo che aveva in mente?

Impossibile in tale luccichio ritrovare le linee pure dei pilastri, l’atmosfera dark-industriale della vecchia stazione, il mix futurismo e  decadenza, di ricchezza e povertà che raffigurava la città fin dalla sua porta/stazione…

Ed anche impossibile sedersi se è per quello, visto che la sala d’aspetto (quella vecchia sala d’aspetto con enormi tavoloni di legno scurito dagli anni, in cui aleggiava la puzza della povertà e dell’attesa) era ovviamente diventata l’ennesimo shop!

Tutto questo è stato sacrificato all’esigenza di creare spazi commerciali.Del resto come la stazione futurista veicolava una certa idea di Milano che si apriva ad accogliere le genti per proiettarle in una ville che boccionianamente monte, anche la stazione centro commerciale svolge la sua funzione. Una Milano da vendere.

A questo punto ho molta paura di tornare a visitare Sant’Ambrogio…


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