Cinema geriatrico (Mammuth vs. The Wrestler)

11 novembre 2010

Quello che non sopporto più, oggi, sono quelli che non vogliono invecchiare

Ultimamente il cinema in cui mi imbatto si interroga parecchio sulla vecchiaia. Cosa prevedibile in fondo essendo il prodotto di una società sempre più longeva. Dopo le esplorazioni estreme di Settimo Cielo (Wolke Neun, Germania 2008) alla scoperta del sesso dopo i 70, vedo Mammuth.  E ho ripensato istantaneamente a The Wrestler. Le differenze fra i due film sono tante, e non vale neanche la pena soffermarcisi, però uno degli aspetti centrali è comune ai due film. Un attore famoso, per alcune generazioni un divo, a modo suo un sex symbol (perché pure questo è stato Depardieu) mette in scena il suo corpo in disfacimento. I segni che lascia una vita di mattatoio sono certo diversi da quelli che lascia una vita su un ring di wrestling, però la strabordante pancia di Depardieu, drappeggiata mollemente sulle sue anche, non è molto diversa dalle cicatrici e dal volto sfigurato di Rourke. Entrambi devono confrontarsi con la fine di una loro parabola esistenziale (la pensione, la carriera in declino) e con un mondo che cambia e li dimentica (l’impossibilità di avere una pensione, i bambini che non sanno più chi sei). Entrambi incontrano una giovane figura femminile (con esiti prevedibilmente diversi visto che la deliziosamente svagata Miss Ming di Mammuth non ha molto in comune con la figlia di The Wrestler, e infatti regala al signor Pilardosse un lieto fine negato a Randy the Ram). Tutto questo è raccontato più che con le parole con i corpi ballonzolanti dei protagonisti. Straordinaria per esempio  (e invero un po’ disgustosa) la scena in cui Pilardosse incontra il cugino e tenta invano di rivivere i giochi erotici dell’adolescenza, a contraltare alla storia d’amore impossibile di Randy con Marisa Tomei. Il corpo rifiuta di tornare indietro, ci inchioda al nostro presente, ce lo mostra ogni volta che proviamo a portarlo fuori da esso. Un altro dettaglio accomuna i due film: l’immagine sgranata e sporca. Non casualmente direi.

Ma i due film danno risposte diverse alla stessa domanda: come invecchiare? Pilardosse riparte, catalizzato dall’incontro con una gioventù che lo feconda e lo aiuta a liberarsi dei fantasmi del passato (a proposito, ma la Adjani non invecchia mai?), Randy compie l’autodistruzione finale (it’s better to burn out than to fade away) nel tentativo consapevolmente disperato di riviere una identità che il suo corpo gli nega.

Film utili da  confrontare con un immaginario dominante in cui la vecchiaia è perlopiù dissimulata e negata, chirurgicamente aggredita e rimossa…

PS Vedo anche Potiche, in cui la risposta finale all’invecchiamento è alla fine entrare in politica. Attuale anche quello no?


re-visioni: Sentieri Selvaggi

13 ottobre 2010

Quello che non sopporto più, oggi, sono i brutti film

Avvertenza: se siete fra quelli che non hanno ancora visto Sentieri selvaggi (1) non leggete questo post perché vi svela alcune cose sulla vicenda del film e (2) vedetelo!

Io lo ho rivisto qualche sera fa. Decisamente un film fatto di contrasti.

Uomini – donne

Coloni – nativi

Nordisti – Sudisti

Texani – federali

Alcuni contrasti vivono all’interno dei personaggi (per esempio il reverendo Clayton, al tempo stesso pastore e ranger)

Spesso i contrasti vengono messi in scena nella stessa immagine:

Interni – esterni

Altre volte si alterna. Caldo contro freddo (durante la quest Ethan e Martin si muovo sempre o nel deserto o in un paio di occasioni in mezzo alla neve)

Moltissime sono le inquadrature in cui si vedono praticamente solo l’azzurro del cielo ed il giallo del deserto.

Una delle mie preferite: gli indiani circondano il drappello di coloni che gli sta dando la caccia. I bianchi in valle, gli indiani in fila che sul crinale della collina si stagliano contro il cielo:

Nella narrazione il contrasto è una vera e proprio regola. Praticamente in tutto il film non vediamo MAI due personaggi interloquire senza essere in contrapposizione più o meno esplicita (dal ritorno di Ethan con il suo incontro col fratello Aaron fino alla scazzottata finale fra Charlie e Martin), senza contare il rapporto Ethan/Martin che percorre tutto il film.

Questa nettezza anche visiva ha l’effetto di far risaltare ancora di più tutto quello che esce da questo schema continuamente riaffermato. Così quando Ethan raggiunge Debbie/Nathalie Wood e invece di spararle (cosa a cui tutto il film ci ha preparato) la abbraccia capiamo di trovarci proprio di fronte al nucleo della vicenda. Che è una storia che parla, su tutto, di identità incerte e meticce e del percorso che conduce alla loro affermazione. Ethan odia Martin per il suo essere (per “un ottavo”) indiano, odia gli indiani al punto di uccidere i bisonti per affamarli, odia Debbie per il suo essere diventata la moglie di un indiano. Però poi lascia la sua eredità a Martin, prova compassione per gli indiani massacrati dai militari – la bellissima sequenza nell’accampamento indiano devastato –  e quando alla fine raggiunge Debbie non la uccide ma la abbraccia riconoscendola comunque come la bambina che sollevava da terra con lo stesso gesto all’inizio del film.

La lunga quest di Ethan si conclude così con una presa d’atto che i tempi son cambiati e che le diversità vanno vissute. Ma a questo punto Ethan non può che lasciare che la porta si chiuda su di lui tagliandolo fuori da quel futuro che si afferma -anche grazie a lui –  nella casa (ancora il dentro/fuori), e rimane in quel deserto che prima o poi scomparirà per fare posto al giardino della civiltà, come profetizza Maria Jorgensen. Noi restiamo dall’altra parte nel buio della casa/sala.

Attuale, no?

PS: Le immagini le ho saccheggiate prevalentemente da qui. Dateci un’occhiata vale la pena. Peccato che a quanto pare non viene più aggiornato.


da qualche parte (somuère) sofia si suicida

21 settembre 2010

AVVERTENZA. Somewhere di Sofia Coppola non è un giallo, però sicuramente questo post è pieno di SPOILER. Se siete di quelli che non vogliono sapere niente di un film prima di averlo visto, NON LEGGETE.

Il film della Coppola è tutto racchiuso nella primissima sequenza. Un uomo corre su un circuito con la sua Ferrari nera. Lo vediamo entrare e uscire dall’inquadratura (un campo lungo, con l’auto che alternativamente passa in primo piano e lontano sul rettilineo opposto, col rumore del motore che sale e scende). Il tutto va avanti per un po’. Dopo qualche giro la macchina si ferma e l’uomo scende e si guarda intorno. Il film inizia.

La storia è tutta nel lento spostarsi del protagonista da un movimento circolare, ripetitivo e claustrofobico ad un movimento rettilineo. Infatti così il film si conclude. Johnny Marco parte con la sua Ferrari, viaggia –  questa volta in autostrade –  poi accosta e scende dalla macchina (come alla fine della prima sequenza, appunto) ma questa volta si avvia verso di noi quasi sorridente.

Il tutto è raccontato quasi esclusivamente attraverso la sospensione. La narrazione si interrompe e seguiamo Johnny Marco che osserva o vive momenti in realtà banali, ripresi quasi in tempo reale. Marco che guarda l’esibizione di due lap dancer nella sua stanza d’albergo (due volte), Marco che guarda la figlioletta pattinare,  che ascolta un ospite dell’albergo cantare, che si fa gli spaghetti, e così via.

Non c’è niente di sbagliato in questo film. E’ tutto molto ben fatto, ben girato, ritmi lenti ma accuratamente dosati, inquadrature molto studiate (con qualche scivolone da spot pubblicitario ma visto che stiamo si racconta una storia di ricchezza estrema, ci sta anche ), lentissimi, impeccabili e significativi carrelli.

L’unico vero problema, che alla fine me lo rende un po’ insopportabile, è che tanta perizia sia messa al servizio di una vicenda che NON DICE PROPRIO NULLA DI NUOVO E INTERESSANTE, ma è anzi quanto di più scontato si possa immaginare.  DF Wallace diceva da qualche parte che bisogna avere qualcosa di interessante da dire e che questo conta comunque più di quanto si sia bravi a raccontarlo. (Che poi è il motivo per cui DFW non è un vero autore postmoderno ma un classico). Qui abbiamo l’attore ricco e famoso che va in crisi oppresso dall’eccesso di vanità mondana e ricchezza e riscopre il rapporto con la figlia. C’è molto più approfondimento e ciccia su questi temi in un qualsiasi episodio della prima serie di  Dirt. Capisco che per Sofia Coppola figlia FF Coppola una storia del genere abbia un rilevanza personale, e questo si vede nella cura messa nel confezionarlo, nell’inserimento di episodi dichiaratamente autobiografici (l’imbarazzante, per me come italiano, visita in Italia con tanto di telegatti, Valeria Marini ammiccante e Laura Chiatti stronza) ma alla fine tutto ciò mi sa di già visto e  non riesce a farmi uscire che un bel CHISSENEFREGA!  Speriamo che Sofia si decida a rimettere la sua indiscutibile capacità registica a disposizione di storie più succose. Non a caso il suo film più convincente (IMHO) è quello d’esordio, The Virgin Suicides, tratto da un sostanzioso romanzo di Eugeneides. Se va avanti così altrimenti seguirà il destino delle sue vergini. Premi o non premi.


magari a me andrà meglio

6 settembre 2010

Decido alla fine di fare un blog. Ce l’hanno tutti, adesso ce l’ho anche io. Ero stufo di diffondere i miei deliri infestando i blog dei miei amici e degli sconosciuti. Cioè, di fare SOLO quello. Così mi decido mi metto in proprio e me ne esco con un titolo dritto dritto da un film di un po’ di anni fa su un tipo che non ne poteva proprio più usciva di testa e trovava un bel po’ di sostenitori. Non che questo gli risparmiasse di fare una brutta fine… magari a me andrà meglio


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