Virginia (seconda ed ultima parte)

13 settembre 2010

Altre settimane trascorsero. Con Paolo non si vedevano più. Aprile. Ora la neve era grigio scuro. Lei continuava a vederla, era sempre più dura. Costringeva a scivolare sopra le cose senza poterle afferrare. Nessuno ne parlava mai. Il nuovo arrivato sulla sua fronte, prima presenza curiosa, era ora un dolore persistente e interno.
Di quello non parlava. Provava invece a parlare della neve. Con tutti. E inutilmente. Lo urlò in faccia al fornaio, mentre le dava il resto. La reazione fu identica a quella che aveva avuto da Paolo. La parola neve suscitava nell’interlocutore un’immediata assenza. Così alla fine si ridusse ad affrontare il suo ospite. Ripromettendosi in ogni caso di non seguirne i consigli, andò dal medico.
La sala di attesa era tappezzata di foto pubblicitarie di località sciistiche alla moda venti anni prima. Emerse il sogno della sua infanzia: diventare esploratrice polare. A ogni nevicata era in strada a caccia di mucchi di neve, nell’illusione di trovarne uno abbastanza grande da scavarci dentro un rifugio, e scomparire in quel calore che secondo gli Inuit la neve regala a chi ha il coraggio di viverci dentro.
La prima cosa che notò quando entrò fu la benda che il medico portava sulla fronte. Fingendo un inesistente premuroso interesse, chiese. “Mi sono rimosso una cisti frontale, cosa che dovrebbe fare anche lei direi. Avevo un costante mal di testa e pensieri ossessivi. Ora sto molto meglio”. Capì al volo. Aveva trovato qualcuno con cui parlare della neve, ma era arrivata troppo tardi. Un amaro successo… Fuggì via.
Era chiaro che doveva farcela da sola, la sua fronte l’unico alleato. Ma fare cosa? Fino dal primo incontro con il muro, parlando con Paolo, aveva cercato di capire. Ora aveva un elemento in più. Ma il senso continuava a sfuggirle. Camminava su quella neve ormai nera e le sembrava di scalare le pareti di un imbuto tropo liscio per essere risalito. E precipitava, portando con sé solo un’inutile consapevolezza.
L’unica cosa che voleva era una spiegazione, riuscire a costruire un quadro coerente in cui quella serie di eventi senza senso trovasse una sua logica. Sentì il battito cardiaco accelerare. Cominciò a sudare. La testa girava. Sempre più confusa, ebbe l’impressione che gli alberi si girassero verso di lei guardandola con aria curiosa e inquisitoria. Svenne, cadendo sulla neve ormai dura come acciaio.
Si risvegliò, dopo, con la sensazione di essere custodita in un caldo bozzolo bianco, il sogno della sua infanzia. Era completamente coperta dalla neve. Le venne voglia di restare lì per sempre, accompagnata dal dolore alla testa che andava e veniva con ondate sempre più dolci. Restò così per un po’, con i pensieri che si spegnavano… Infine, trovando coraggio ed energie chissà dove, cominciò a spingere per uscire.
Si diresse verso il centro. Pochi passanti, e sembravano non vederla. L’angoscia della solitudine si fece opprimente. Persa in un mondo sconosciuto fra persone indifferenti. Aveva sempre pensato che questa fosse la naturale condizione umana. Ora se la trovava incarnata in quel nuovo mondo, e non riusciva a sopportarla. Voleva qualcuno. Forse per la prima volta da quando aveva memoria ne aveva davvero bisogno.
Poi lo vide, dalla parte opposta della via. Uno sguardo febbrile, una fronte mostruosamente deforme. Camminava deciso brandendo un bastone ricavato dallo schienale di una delle panchine del parco. Ogni tanto spaccava una vetrina, colpiva alle ginocchia un ignoto passante. Senza per questo suscitare alcuna reazione. La vide la fissò a lungo con aria prima sorpresa poi decisa.  Disse: “Vieni con me”. Lo lei seguì.
Così cominciarono a camminare uno a fianco all’altra. Lasciarono il centro e la periferia, e per un sentiero che costeggiava il piccolo fiume di quella città si inoltrarono nei campi. Al posto di case, alberi. Al posto dell’asfalto, un tappeto crepitante di erba ruvida. Persone ed animali erano immobili, coperti da quella patina grigiastra e fredda che debole luccicava nella luce del tramonto. Attraversarono vigne la cui uva aveva appena iniziato a formarsi. I piccoli globuli si affacciavano fra i pampini come perle sporche. Non c’era più traccia di uomini, neppure sulle colline. Facendo brevi soste per riposare continuarono a salire. Avevano sempre meno bisogno di dormire, e camminare nella notte rischiarata dal riflesso della luna era giusto e tranquillizzante. Arrivarono ai monti dalle nevi perenni. Le loro fronti avevano continuato a cambiare, un vero e proprio corno si ergeva ora al centro. Camminavano a quattro zampe,  liberi dei vestiti e coperti da un nuovo mantello di caldo pelo bianco. Giunti infine ai piedi del ghiacciaio si fermarono ed aspettarono in silenzio che la neve si sciogliesse. La pancia di lei stava cominciando a crescere. Sapevano che il loro tempo sarebbe presto arrivato.

Virginia (prima parte)

9 settembre 2010
Quella che segue è la revisione di un racconto scritto un po’ di tempo fa per un concorso on line. Pubblico la prima parte. Poi vediamo
Ci fu quella neve grigia in Marzo. I giornali parlavano in modo neutro dell’ultima nevicata della stagione e del traffico. Lei sentiva già che la riguardava. Poi una mattina di settembre, davanti allo specchio del bagno, la sentì. Una piccola alterazione sul suo osso frontale, non un brufolo, non un bernoccolo ma una crescita anomala e inspiegabile, una collina la dove era sempre stata solo pianura e qualche ruga.
Sarebbe potuta andare da un medico. Analizzare sezionare raschiare rimuovere quel supplemento di testa. Cedere alla paura di un cancro, cancellarlo e magari non riuscirci e sprofondare in una quotidianità di terapie e analisi, perdere capelli neuroni nervi, lasciare il passo alla nausea e alla stanchezza cronica e vedere gli occhi spegnersi. “No – si disse – lo terrò e vedremo dove mi porta questo nuovo viaggio”.
Non aspettava niente. Sarebbe morta. O – quella cosa sarebbe sparita, o – sarebbe rimasta lì per sempre a tenerle compagnia, innocua alterazione della sua faccia che le avrebbe ricordato il giorno in cui, dopo la neve, aveva deciso di provare. In ogni caso qualcosa sarebbe cambiato e di questo aveva bisogno. Le bastava. Era la scommessa. La linea da varcare. Il punto da cui ripartire. Confortata, decisa, uscì.
Aveva smesso di nevicare da qualche giorno ma la neve resisteva ostinata formando una coltre uniforme su ogni cosa. Il paesaggio sembrava glassato di quella sostanza più compatta e dura di quanto le temperature in crescita avrebbero giustificato. Varcata la soglia osservò con sorpresa come i suoi piedi, invece di affondare, ricevessero come una spinta verso l’alto. Quasi rimbalzando si avviò lungo il vicolo perlaceo.
Qualche settimana dopo parlando con Paolo si rese conto che qualcosa non tornava. La fronte si era stabilizzata. Così la neve. Passeggiando nel parco, in mezzo a un paesaggio bianco sporco – lo smog della città aveva ormai annerito il candore – osservò che questa persistenza era strana. Il silenzio di Paolo fu bizzarro per un amico da sempre attento a tutto quello che lei gli diceva. Proseguì, come non avesse udito, o – come se fosse semplicemente impermeabile alle sue parole. Lasciò perdere.

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